ETERNITÀ

Scrivo per una terra appena asciugata, ancora
fresca di fiori, polline e calcina,
scrivo per crateri che nelle cupole di gesso
replicano il loro sferico vuoto presso la neve pura,
ho subito da dire la mia su ciò che reca
il vapore ferruginoso appena uscito dall’abisso,
parlo per le praterie che non sanno altro nome
che la piccola campanula del lichene o lo stame riarso
o l’acre macchia dove la cavalla brucia.

Da dove vengo, se non da queste recenti, azzurre
materie che s’aggrovigliano o s’increspano o s’escludono
o si spargono a gridi o si spandono sonnambule,
o s’arrampicano e formano il baluardo dell’albero,
o s’inabissano e avvincono la cellula del rame,
o balzano sul ramo dei fiumi, o soccombono
nella stirpe sepolta del carbone, o risplendono
nelle verdi oscurità dell’uva?

Nelle notti dormo come i fiumi, qualcosa
percorrendo senza tregua, rompendo, sopravanzando
la notte natatoria, sollevando le ore
verso la luce, palpando le
immagini che la calce ha esiliato, risalendo nel bronzo
fino alle cateratte da poco disciplinate, e in una strada
di fiumi tocco ciò che diffonde solamente
la rosa mai nata, l’emisfero inabissato.
La terra è una cattedrale di pallide palpebre,
eternamente unite e accumulate
in un ciclone di segmenti, in un sale di cupole,
in un colore finale d’autunno perdonato.

Voi non avete, non avete mai toccato nel cammino

ciò che la nuda stalattite produce,
la feta tra le lampade glaciali,
il grande freddo delle foglie nere,
non siete entrati con me nelle fibre
che la terra ha nascosto,
non avete dopo morti risalito
grano a grano le scale della sabbia
fino a dove le corone di rugiada
coprono di nuovo una rosa aperta,
voi non potete esistere senza spegnervi
con gli abiti usati della felicità.

Ma io sono il nembo metallico, l’anello
incatenato a spazi, a nuvole e a terreni,
colui che tocca precipitate e ammutolite acque,
e torna a sfidare l’infinita intemperie.